Assemblee elettive e partecipazione
Intervento di Eros Cruccolini (Presidente del Consiglio Comunale di Firenze e membro del Direttiva nazionale della Rete del Nuovo Municipio) al Convegno “Libertà è partecipazione” svoltosi a Lucca il 25 Gennaio 2007 su iniziativa dei DS lucchesi e del Gruppo Consiliare DS - L‘Ulivo della Regione Toscana


Partecipazione e governabilità
Dopo un lungo periodo in cui la partecipazione è stata messa in soffitta, in quanto vista come ostacolo all’obiettivo, divenuto principale, della governabilità, oggi finalmente se ne riscopre l’importanza (ai fini stessi di quella governabilità a cui si voleva sacrificare), se ne discute, si cerca di individuare nuovi strumenti per renderla effettiva.
E’ stata il vento nuovo portato dal movimento dei Social Forum, sul finire del secolo scorso e, ancor più, all’inizio del 2000, a riportare l’attenzione sulla partecipazione quale motore essenziale della democrazia e della libertà (come afferma giustamente il titolo di questa iniziativa, ripreso da una delle più belle canzoni di Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione”).
Vi è da dire, rientrando nell’alveo dell’argomento oggetto del mio intervento, che l’offuscamento della partecipazione ha avuto come conseguenza, negli anni ‘80 e ‘90, anche una diminuzione del ruolo e delle competenze delle assemblee consiliari, ad ogni livello, a vantaggio degli esecutivi.

Il ruolo delle assemblee elettive
Anche se, dopo una prima fase di notevoli difficoltà, sono stati portati dei correttivi, i consigli comunali, per rimanere nel nostro ambito, spesso continuano a non utilizzare tutte le possibilità che avrebbero a disposizione per esercitare pienamente il loro ruolo di proposta, di indirizzo, di controllo del governo locale.
Certo, in diversi casi, ciò è dovuto alla scarsa considerazione di Sindaci e Giunte per gli organi consiliari - a cominciare dalla non partecipazione alle riunioni di consiglio -, che si continua a vedere come degli impedimenti, secondo logiche manageriali e aziendali proprie di altre organismi (o sulla base di considerazioni che starebbero bene in bocca ai podestà dell’era fascista).
Ma vi è anche, in talune situazioni, la tendenza dei consiglieri stessi ad adattarsi alla routine burocratica, senza preoccuparsi di mettere in campo le risorse e le energie che possono farli diventare punti di riferimento per i cittadini, nonché promotori di confronti ed approfondimenti in grado di migliorare la qualità del governo, attraverso il necessario rapporto dialettico con l’esecutivo.
Tale rapporto, per essere effettivo, ha bisogno di un impegno serio di entrambe le parti in causa: da un lato il Consiglio che, nelle sue diverse articolazioni, si misura davvero, e non in maniera propagandistica, con i temi ed i problemi dell’amministrazione; dall’altro gli amministratori che prendono in considerazione seriamente le indicazioni, gli indirizzi, i suggerimenti che emergono in sede consiliare (ed ai consiglieri rendono conto continuamente del proprio operato).

Canali di partecipazione fra Palazzo e cittadini
Ma non si tratta di una partita da giocarsi interamente all’interno del Palazzo.
Per rinnovare profondamente i modi di governare e dell’agire politico è necessario interloquire, con continuità, con i cittadini, dar loro voce, farli contare, non limitando le possibilità di partecipazione al solo momento elettorale.
I canali da attivare, o soltanto da rilanciare, sviluppare, rendere più efficaci, sono diversi:
- le Consulte (degli anziani, dello sport, del volontariato, dell’ambiente etc.), che si formano su temi specifici o in relazione a determinati settori della società ed hanno una loro autonomia, spazi di discussione e di elaborazione adeguati, la possibilità di chiamare a confronto gli amministratori;
- i Consigli eletti da cittadini non rappresentati all’interno delle istituzioni (vedi i Consigli degli Stranieri ed i Consiglieri Stranieri aggiunti);
- i Consigli che danno spazio a chi è sottorappresentato a livello istituzionale (Consiglio delle Donne, in primo luogo);
- i Consigli che consentono di “sperimentare” a chi non ha ancora la cittadinanza politica piena (si pensi alle esperienze dei Consiglio delle Ragazze e dei Ragazzi);
- le Commissioni speciali che, su determinati argomenti di particolare rilevanza, costituiscono punti di riferimento per le persone, le associazioni, i gruppi impegnati su tali temi (la Commissione per le Pari Opportunità, la Commissione Pace);
- i referendum, nei casi vi siano da operare scelte piuttosto controverse, su cui si registrano profonde divisioni fra la popolazione.
Non solo. Il funzionamento delle stesse Commissioni tradizionali (riguardanti l’urbanistica, la cultura, la scuola, la sicurezza sociale …) può basarsi su un contatto continuo con la società civile attiva, con gli esperti, con i singoli cittadini, usando le formule delle audizioni e delle riunioni aperte, nonché le assemblee e gli incontri sul territorio.
Hanno una funzione importante, nel processo di rilancio degli strumenti partecipativi e del ruolo delle assemblee elettive qui individuato, la rivisitazione degli organismi di decentramento (i consigli circoscrizionali, di quartiere, di frazione) e la loro trasformazione, a livello di aree metropolitane, in municipalità. Non mi ci soffermo perché sono argomento di altri interventi.
Vorrei piuttosto sottolineare che sarebbe necessario riproporre con forza, per alcuni servizi (ad esempio, gli asili nido e le biblioteche), i Comitati di gestione, con la presenza di rappresentanze degli utenti e degli operatori e con la possibilità di decidere come impegnare alcuni capitoli di spesa (per l’acquisto di libri e di periodici o di materiale educativo etc.) - se n’è fatta esperienza, spesso positiva, in altre stagioni -.
Si dà comunque per scontato che sulle scelte di fondo dell’Amministrazione - piano triennale degli investimenti, piani urbanistici, progetti strategici - l’opera di consultazione deve essere ampia, diffusa, preventiva, attuata con piena convinzione e quindi “vera”.

Bilanci partecipativi, sociali, di genere
Negli ultimi anni, inoltre, sotto la spinta della rinnovata attenzione al tema della partecipazione e prendendo spunto da esperienze maturate in particolare in Sud America, ha preso piede, molto a livello teorico, qualche volta anche nella pratica, la modalità del bilancio partecipativo (per cui la destinazione di una parte, più o meno grande, degli stanziamenti comunali viene decisa tramite l’intervento, appositamente regolamentato, della cittadinanza).
Si è positivamente diffuso pure l’uso dello strumento detto “bilancio sociale”: esso parte dal presupposto che una valutazione politicamente corretta della spesa e degli investimenti effettuati dal Comune si deve necessariamente basare su una accurata analisi degli effetti sociali che ne derivano.
Non di sole fredde esposizioni delle entrate e delle uscite ha bisogno la discussione per definire le politiche cittadine, ma di idee di città, su cui confrontarsi, di suggerimenti, proposte, progetti, di analisi e bilanci sociali, che emergano da un rapporto diretto con i cittadini, considerati finalmente “popolo sovrano” e non sudditi e clienti.
Il movimento delle donne - ma anche su questo punto, essenziale, vi è chi ha già parlato con più competenza di me - prospetta poi, come passaggio necessario per giungere ad una condizione di uguaglianza, il “bilancio di genere”: le cifre del bilancio comunale, secondo questa formula, vanno lette tutte secondo un’ottica di genere, individuando per ciascuna voce le conseguenze, differenti, che ne scaturiscono per gli uomini e per le donne.
E’ da questo insieme di spunti e di propositi - uniti all’indicazione di recuperare piena centralità all’ente locale per quanto riguarda i processi economici, sociali, culturali che riguardano il proprio territorio, in un’ottica di federalismo solidale, di partecipazione e di assunzione di valori quali la pace e la diplomazia dal basso, la cooperazione, l’antirazzismo, la difesa dei diritti, la tutela dell’ambiente - che nasce il progetto del Nuovo Municipio (e si sviluppa l’Associazione della Rete del Nuovo Municipio, a cui anche diversi enti locali della nostra regione hanno aderito).

Indicazioni conclusive
In conclusione, il Consiglio comunale si rivitalizza, e diviene un passaggio fondamentale per un nuovo modo di fare politica, se costituisce il punto d’incontro e di sintesi dei percorsi qui sommariamente accennati, se viene ad essere il retroterra del governo cittadino - un retroterra vivace e vitale, fatto di stimoli critici, di nuovi impulsi progettuali, di immediato riscontro con la realtà in continuo cambiamento -, il luogo in cui il cosiddetto Palazzo si incontra davvero, senza rinuncia alcuna al criterio della rappresentanza, con la società intorno, sottoponendo la rappresentanza stessa a continue verifiche. Se, in altre parole, il Consiglio ha la capacità di mettere in rapporto i diversi settori e strumenti d’intervento, le differenti tematiche, i variegati “mondi”, che ho qui cercato di enunciare.
Per quanto mi riguarda, rimango un “leninista” per il verso della cuoca, cioè uno che riafferma la convinzione che anche la cuoca (ma potrebbe essere la lavoratrice di cura, il raccoglitore stagionale di pomodori, l’operatore precario di un call-center, se vogliamo aggiornare i termini) debba essere messa in condizione di governare. E ciò può essere fatto solo attraverso un processo partecipativo continuativo e diffuso, attraverso il quale si ridà vigore e stabilità alle istituzioni, o meglio, per dirla con le parole di un’associazione francese, “si democratizza la democrazia”.

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