Rapporto sul seminario "Terra e usi civici in Italia",
organizzato dall'Associazione "Ecologiapolitica. Ricerche per l'alternativa"
Terrafutura, Fortezza da Basso, Firenze, 8 aprile 2005
A cura di Giovanna Ricoveri

Il seminario è stato introdotto da 4 relazioni (vedi le sintesi sottoriportate, Allegato A), tenute rispettivamente da Franco Carletti, commissario agli usi civici, che ha spiegato come e perché gli usi civici fanno parte di “un passato che non passa”; Riccardo Bocci, agronomo, che ha raccontato l’esperienza negativa di privatizzazione delle terre pubbliche avviata dalla Regione Toscana alla fine degli anni 1990; Fabio Parancandolo,docente a Cagliari di geografia umana, che ha parlato degli usi civici in Sardegna e ha messo in guardia dal rischio che il terreno rurale diventi “un puro spazio festivo” per i benestanti della città; Emilio Molinari, Vice Presidente del Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua, che ha ripercorso la mobilitazione mondiale contro la privatizzazione del servizio idrico e ha sostenuto che esiste un “uso civico” di ogni bene comune. Per l’acqua, ha detto, l’uso civico potrebbe essere il consumo minimo di acqua da bere necessaria a ciascuno per sopravvivere.

L’ipotesi e la proposta generale poste a base del seminario (vedi Allegato B) erano (e sono) che la terra è il bene comune la cui privatizzazione e mercificazione risale tanto indietro nel tempo, in Occidente, da far passare il secondo piano il valore simbolico e concreto dei 6 milioni di ettari di terre invendibili perché gravate da usi civici, ancora esistenti in Italia. Persino la sinistra critica è “distratta” rispetto a questa realtà che considera nella migliore delle ipotesi un reperto storico, e rinuncia ad avvalersene nella costruzione dell’alternativa. Di qui la proposta di difendere e valorizzare quei 6 milioni di ettari di terre collettive, e non semplicemente come un reperto storico.

La proposta integrativa avanzata da Alberto Magnaghi, bene accolta dai partecipanti al seminario - e successivamente approvata dalla Rete del Nuovo Muncipio - è che la difesa dei terreni gravati da usi civici diventi un laboratorio per rivalutare il ruolo degli agricoltori quali fornitori dei servizi di terziario avanzato necessari alla messa in sicurezza del territorio; servizi oggi praticamente inesistenti, che possono essere assicurati solo da chi vive sul luogo, nelle campagne. Un’agricoltura di questo tipo potrebbe fornire non solo alimenti di qualità ma anche servizi di qualità, e potrebbe diventare fonte di occupazione appetibile i giovani delle città. Dovrebbe necessariamente basarsi sulla geografia dei corsi d’acqua, nel senso indicato da Giorgio Nebbia in diverse opere e ultimamente in “Il potere ai bacini idrografici” pubblicato dal Quaderno della rivista CNS-Ecologia Politica, «Beni pubblici tra tradizione e futuro” (Emi, Bologna 2005).


Allegato A
Sintesi delle relazioni introduttive

Franco Carletti, Nozioni fondamentali sugli usi civici e sulla loro odierna rilevanza
1. Il principale autore in materia di usi civici è oggi, non solo in Italia o in Europa, il prof. Paolo Grossi dell’Università di Firenze che, pur segnandone le differenze, riconduce per un verso tali diritti ad una forma di proprietà fondiaria, per altro verso alla sovranità spettante a tutti i gruppi umani sul territorio di proprio interesse.
Sotto il primo profilo, la differenza che originariamente distingue i diritti o possessi collettivi dalla proprietà fondiaria di tradizione romanistica si può ridurre al fatto che i primi appartengono ad una comunità ben identificata e congiuntamente a ciascuno dei suoi membri, dai quali soltanto possono essere goduti in forma unitaria e indivisibile, mentre ogni altra proprietà è per principio collegata ai singoli individui e, quando questi sono numerosi, è suscettibile di godimento suddiviso, secondo il sistema delle quote ideali di appartenenza, suscettibili di ricevere un apprezzamento monetario sul mercato.
I beni civici sono invece destinati a rimanere per sé fuori commercio e destinati a beneficio della comunità proprietaria senza limiti di tempo – essi sono in altri termini incommerciabili e inusucapibili.
2. Questi principi derivano dal principio organizzativo stesso che informa la proprietà collettiva e trovano riscontro in alcune situazioni dove alla scarsità delle risorse territoriali corrisponde una diffusa e spontanea domanda di accesso. Un esempio sono i castori del Nord America, che all’inizio del secolo erano in procinto di estinzione per l’eccessivo e incontrollato prelievo commerciale, cui si mise rimedio non già vietando la caccia in quanto tale e privandosi in tal modo delle risorse economiche che ne derivavano, ma imponendo ai cacciatori un controllo ravvicinato ed affidandolo ai diretti interessati – cioè alle guide locali, designate dalle Comunità - per interdire l’accesso dei cacciatori nei luoghi caratterizzati da qualche criticità (epidemie, carestie, migrazioni, ecc.). Analogamente si procede ancora oggi per quanto attiene alla pesca delle aragoste lungo la costa del Massachusetts.
3. Il fatto che simili misure organizzative siano emerse nel Nuovo Mondo è particolarmente significativo e mostra come non sia sufficiente professare il più deciso e assoluto liberismo, per impedire forme di organizzazione economica suscettibili di recuperare alcuni aspetti della proprietà collettiva.
Nel Vecchio Mondo però la proprietà collettiva ha radici di carattere storico, si collega cioè al costume di appartenenza e di prelievo in vigore nei secoli di mezzo ed ha subito un ridimensionamento irreversibile con il passaggio alla modernità.
Si calcola che, al momento della formazione del Regno d’Italia, la proprietà e i diritti collettivi interessassero non meno dell’80 % del territorio nazionale; oggi, dopo la forzata e spesso illegittima privatizzazione durata oltre 100 anni, non ne residuano più di 5-7 milioni di ettari – tra il 10 e il 15 % del territorio nazionale.
In considerazione della rarefazione o della scomparsa delle comunità proprietarie cui erano riservate e dalle quali venivano utilizzate in forma propria con indirizzo che oggi potremmo dire conservativo (conservativo della loro sostanza economica, non solo delle loro connotazioni esoteriche), queste terre hanno sollecitato gli appetiti più vari; alle problematiche tradizionali si sono sovrapposti oggi infatti nuove dinamiche sociali, imperniate soprattutto sugli interessi di coloro che senza alcun diritto tendono ad impadronirsene per utilizzarle e trasformarle in maniera esclusiva – escludendo cioè di fatto o di diritto gli unici interessi legittimati, quelli collettivi, e sacrificando gli interessi paesaggistici che vi si sono teoricamente sovrapposti.
Un’eco di queste dinamiche si trova nella legislazione regionale degli ultimi anni e soprattutto in quella degli ultimi mesi, per esempio laddove la Regione si riserva di legittimare i possessi abusivi a condizione che siano stati destinati all’edificazione e sia offerta una minima indennità monetaria calcolata di solito sui valori catastali (Regione Lazio, Legge 1/1986); ovvero laddove la Regione (Regione Lazio, legge 6/2005) si riserva la facoltà di autorizzare di propria iniziativa la vendita delle terre collettive, a prescindere dall’interesse e dalla richiesta delle comunità proprietarie ed assegnando i corrispettivi a un Ente terzo (il Comune che le rappresenta, ma non vi si identifica).
Queste innovazioni confliggono non solo con le disposizioni della legge nazionale che fanno divieto di alienare le terre civiche, ma anche più radicalmente con i principi generali della legge dello Stato che assegnano solo ai proprietari il potere di alienare i propri beni e garantiscono loro il controvalore. Esse configurano pertanto una vera e proprio forma di confisca senza indennizzo, come tale incostituzionale; configurano in ultima analisi un radicale imbarbarimento di tutto il diritto vigente, con rilevanti conseguente di tipo costituzionale.

Riccardo Bocci, La privatizzazione delle terre pubbliche in Toscana
Per capire la complessità delle dinamiche che riguardano il territorio non urbanizzato, vediamo cosa è successo, e continua a succedere, in Toscana negli ultimi anni. La Toscana è una regione da sempre amministrata dal centrosinistra, dove l’amministrazione manifesta una particolare attenzione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale in genere. Si può infatti parlare di modello agricolo toscano, intendendo con questo termine lo sviluppo di un’agricoltura non più legata alla produzione di beni, ma anche, o forse soprattutto, di servizi, come ad esempio l’agriturismo e l’agricoltura sociale. Ma non c’è solo questo. La Regione toscana è una delle animatrici a livello europeo della rete delle regioni OGM free e a livello internazionale della Carta sul Futuro del Cibo, redatta dalla commissione presieduta da Vandana Shiva.
Malgrado ciò, la realtà non è così rosea per le piccole e medie aziende. Gli ultimi censimenti dell’ISTAT, infatti, registrano una continua diminuzione del numero di aziende, con una presenza sempre più forte di grandi capitali (società, banche, grandi famiglie…). Inoltre, da diversi anni sono crescenti i conflitti sorti per questioni relative all’accesso alla terra e i prezzi ad ettaro sono arrivati a valori del tutto slegati dalla funzione agricola del terreno.
In questo panorama la Regione ha proceduto alla messa in vendita del patrimonio agricolo e forestale, attraverso la legge 9 del 29 gennaio 1997. Dopo avere reso disponibile ciò che fino a qualche anno prima faceva parte del demanio pubblico, gli enti locali hanno fatto un inventario dei loro beni individuando quelli suscettibili di vendita. La cultura della privatizzazione risulta ben evidente dal titolo stesso della legge dove si parla di “valorizzazione ed alienazione”: non può esistere valorizzazione senza appropriazione da parte di soggetti privati.
Con questo orizzonte culturale, la legge ha permesso la vendita, in due successivi bandi, di circa 345 beni, comprati in parte dai concessionari (40%) e da soggetti stranieri (5%). La legge ovviamente prevedeva la possibilità di avere vendite su progetto a condizioni particolari, legate alla presentazione di un progetto di valorizzazione del bene discusso con l’ente locale competente. Sono state poche, però, le richieste in tal senso e alla fine solo una quindicina di progetti hanno visto la luce.
Inoltre, a testimonianza dello stato di confusione che regna sulla consistenza del patrimonio agricolo e forestale pubblico, alcuni beni, inizialmente messi in vendita dagli enti locali, sono stati cancellati in seguito dall’elenco perché ci si è accorti che non era possibile alienarli: erano gravati ancora da usi civici!
La legge regionale del 1997 è stata un’opportunità persa per facilitare quel ritorno “alla terra” necessario per avere un territorio abitato e vissuto, non solamente spazio turistico ad uso dell’esercito delle seconde case. Per questo non bastava certo fare una legge di vendita; sarebbe stato necessario pensare a misure di sviluppo rurale più generali, in grado di offrire opportunità anche lavorative ai nuovi insediati, oltre ad una casa.

Fabio Parancandolo, Gli usi civici in Sardegna
Per comprendere la rilevanza che a tutt’oggi gli usi civici assumono nei sistemi di attivazione delle risorse agro-silvo-pastorali della Sardegna bisogna innanzitutto fare uno sforzo di decentramento politico. La particolare posizione geografica dell’isola ha difatti giocato un ruolo nel rallentare il dinamismo di processi di cambiamento socio-economico di lungo periodo, storicamente intervenuti assai tardi rispetto all’Italia peninsulare. Le condizioni di relativo isolamento della popolazione sarda hanno così per lungo tempo favorito (e questa situazione è valsa del resto anche per la Corsica) la conservazione di specifici istituti e consuetudini agrarie di tipo comunitario, funzionali al conseguimento della sussistenza su scala locale. Costumi che nel resto dell’Europa Occidentale erano stati più intensamente e sistematicamente soppiantati da modelli di agricoltura “borghese” orientati in primo luogo alla redditività commerciale delle produzioni.
Per svariati secoli dopo la dissoluzione dell’impero romano d’Occidente le comunità rurali sarde si erano auto-organizzate per trarre il loro sostentamento dai rispettivi territori di pertinenza, e malgrado la cospicua pressione fiscale esercitata sui vassalli dalle signorie feudali che si costituirono nell’isola nel tardo Medio Evo e in special modo sotto la dominazione catalano-aragonese, il sistema agricolo comunitario costituiva il modello prevalente di uso dei campi. Questo sistema comportava per ogni annata agraria la presa di decisioni al livello locale e in sede assembleare sulle modalità di esercizio delle pratiche agricole (semine, avvicendamenti, maggesi, ecc.). La cerealicoltura estensiva, attività di base del sostentamento rurale, era praticata su terre date “in concessione” alle comunità dai poteri centrali. Gli abitanti dei villaggi esercitavano d’altronde sui demani regi e feudali anche altri diritti di prelievo dei frutti della terra, quali le servitù di legnatico e di pascolo. La proprietà privata di terreni anche molto estesi era d’altronde presente, e lo stesso “popolo minuto” si avvaleva di piccoli orti e frutteti d’autoconsumo, rigorosamente recintati e protetti, che venivano posseduti ed ereditati a titolo individuale. Tuttavia il regime giuridico della proprietà privata della terra tendeva più che altro ad affiancarsi al sistema comunitario nella determinazione delle forme di governo del territorio. Anche la notevole importanza della pastorizia transumante faceva sì che i campi aperti fossero preferibili a quelli chiusi per un’efficiente attivazione delle risorse agrarie, e l’utilizzazione periodica collettiva dei seminativi da parte del bestiame (komunella o monte dei pascoli) si è protratta in certi casi quasi fino ai giorni nostri.
Tutti questi sistemi “flessibili” di uso collettivo e non necessariamente mediato dal denaro delle risorse naturali furono però aspramente combattuti dalla classe dirigente sabauda, la quale a partire dal XIX secolo allestì, emanò ed applicò una serie di provvedimenti legislativi e realizzazioni infrastrutturali che miravano ad una integrale privatizzazione fondiaria ed alla realizzazione nell’isola di una vera e propria società capitalistica di mercato. Le trasformazioni socio-territoriali che ne conseguirono provocarono alla lunga l’annientamento dei sistemi agricoli consuetudinari di villaggio. Ma anche a causa di forti resistenze al cambiamento esercitate specialmente dalle popolazioni di alcune aree interne, al giorno d’oggi il Commissariato Regionale per gli Usi Civici presume che esistano nell’isola circa ancora 500.000 ha di “residui feudali”, ovvero di terreni interessati da uso civico: un patrimonio non indifferente, che ammonta grosso modo al 10% dei cinque milioni di ha che sarebbero ancora presenti in tutta Italia. A detta dell’attuale responsabile del servizio, l’intervento del Commissariato nel controllo delle modalità d’uso dei demani civici rimasti nell’isola si ispira al principio di fondo che oggi l’uso civico è un bene ambientale la cui reviviscenza va tutelata. Pertanto non sono rari i casi in cui i poteri giurisdizionali vengono esercitati per limitare l’esuberanza di piani di valorizzazione delle terre civiche che sia pure sotto la benevola égida dell’uso turistico dei territori sembrano essere stati redatti da amministratori locali più attenti alle movimentazioni di denaro (con laute parcelle a tecnici e professionisti vari, infrastrutture, attrezzature e “cementificazioni” sovradimensionate, ecc.) che ad una effettiva e duratura tutela dei beni in oggetto.
Bisogna comunque riconoscere che si tratta di questioni controverse e di non facile soluzione. Da un lato non si può dire che i “cittadini illuminati” sbaglino nell’opporsi a trasformazioni intensive che pregiudicherebbero la conformità dei luoghi rurali ad una condizione ideale di cosiddetta natura incontaminata. Ma è anche vero che l’irrigidimento di questa impostazione corre il rischio di relegare il territorio rurale ad un ruolo di mero spazio festivo per la ricreazione edonistica di soggetti benestanti che non si pongono il problema di come sostenere e compensare gli abitanti delle aree rurali per le loro funzioni di potenziali (ri)produttori di cibi, saperi e paesaggi di qualità, che vanno a beneficio dell’intera società inglobante.
C’è ancora molta strada da fare perché le rappresentazioni sociali della natura si liberino dell’invadente tendenza alla costruzione di effimeri scenari paradisiaci, egemonizzati e controllati dai soli detentori del potere d’acquisto e non radicati nelle concrete pratiche di chi giorno per giorno conosce ed usa gli agro-ecosistemi. E’ tempo di tener conto della concreta e necessaria presenza nelle campagne di soggetti locali che non possono essere ridotti al ruolo etnico di pittoresche figurine da presepio. I problemi delle comunità rurali sono oggi problemi di tutta la società, e si potrà riconvertire il nostro stile di vita alla sostenibilità economica e sociale solo responsabilizzando tutti i soggetti sociali e promuovendo nuove forme di collaborazione tra città e campagne nel compito di ridefinire lo sviluppo entro i limiti che localmente e globalmente la natura pone all’economia. Vanno perciò studiate e poste in essere misure che conducano in tempi brevi a forme di remunerazione diretta o di agevolazioni perché le comunità detentrici di terre pubbliche o comunque di diritti d’uso civico sulla terra realizzino una forte presenza di attività autenticamente sostenibili nei loro territori, e bisogna fare in modo che queste iniziative ecocompatibili servano anche altrove da modello ed esempio per ulteriori percorsi di rigenerazione dei luoghi.

Emilio Molinari, La mercificazione dei beni comuni: dalla terra all’acqua

Credo sia stato più che mai opportuno riprendere a parlare di Usi Civici.
E parlarne oggi come fatto di estrema attualità, mentre si ripropone con forza la questione dei Beni Comuni e della loro mercificazione e mentre ovunque si stano liquidando gli ultimi residui di questi antichi diritti collettivi e comunitari.
In occidente, in particolare in Italia, si tratta di una liquidazione silenziosa che avviene istituzionalmente, con la complicità di quasi tutti i partiti.
Quando parliamo di Usi Civici, nella nostra cultura giuridica e consuetudinaria, parliamo e pensiamo a quei restanti circa 6 milioni di ettari di terreno di demanio civico, vincolati da diritti la cui titolarità è dei cittadini residenti di una comunità diritti di: pascolo, taglio del bosco, coltivazione ecc…un cospicuo residuo del passato, una proprietà comune e locale, sulla quale però a fronte di un disastro ambientale e urbanistico come quello del nostro paese, e al crescere della domanda di lavoro alternativo nei giovani, forse sarebbe bene che il movimento dei movimenti qualche parola e qualche azione in più cominciasse a pronunciarla e ad intraprenderla.
Ma poi se guardiamo il sud del mondo, questa questione delle terre collettive pone ancora il grande problema della terra e del suo uso democratico e partecipato da parte della comunità. Pensiamo al Chiapas e alle terre indigene, gli ejidos, spazzati via dagli accordi di libero commercio con gli USA, al Brasile, all’Ecuador, al Perù e alle terre di pascolo comunitario, altrettanto spazzate via dalla multinazionale Benetton…
Inoltre quando parliamo di Usi Civici siamo soliti parlare di terre, e di terre comuni, non pensiamo ad altri beni fondamentali come l’acqua, che pure nel passato sono stati esercitati.
Oggi in merito all’acqua rimane solo l’Uso Civico della pesca per alcuni fiumi ecc…, ma non fu così nel Medio Evo dove tali usi erano numerosi ed estesi a sorgenti, fontane e tratti di fiume.
Attorno a Milano fino agli anni ‘50 particolari usi civici vincolavano quel particolare fenomeno dei fontanili che rendeva la campagna milanese tra le più fertili del mondo.
Ecco, io vorrei introdurre nella discussione sugli usi civici, questa questione dell’acqua e proporre perciò una estensione della riflessione di prospettiva politica, culturale e strategica, a partire dal portato politico culturale che gli Usi Civici sottendono. Una estensione prima di tutto ad altri beni comuni come appunto l’acqua, ma anche il materiale genetico, il cibo e l’agricoltura locale, la foresta, ecc..e poi che la riflessione si estenda dal locale, all’universalità di certi diritti e di certi beni comuni.
Mi spiego. Oggi la questione dell’acqua bene comune e diritto umano, si pone come questione moderna e drammatica. Come terreno di una riflessione di estrema attualità, per le comunità e per il sistema politico mondiale. E questo perché siamo di fronte a due elementi che cambiano completamente la natura delle convinzioni che di essa gli uomini hanno:
1° l’acqua potabile, dolce e buona, è esauribile e va esaurendosi rapidamente.
2° l’acqua sta per essere universalmente mercificata e considerata come una qualsiasi materia prima o prodotto commerciale.
Questo cambia tutto.
Negli ultimi 40 anni di vita del pianeta abbiamo consumato, o reso inutilizzabile, più della metà dell’acqua di cui disponevamo e entro il 2025 è previsto il raddoppio dei consumi e la consumazione di un altro terzo delle attuali disponibilità.
Cina ed India vedono le proprie falde ridursi di un metro e mezzo all’anno. Ma il loro sviluppo chiede consumi esponenzialmente sempre maggiori.
Negli USA, principali consumatori di acqua del pianeta, con una media per uso domestico di 800 litri/persona/giorno, contro la media europea di 170 litri /persona/ giorno, stati come la California rischiano ormai la desertificazione e si pensa di rifornirli attraverso l’acqua dal Canada.
Sono solo gli esempi delle due aree strategiche del mondo, ma in ogni paese è possibile registrare il grido di dolore delle proprie risorse idriche.
Contemporaneamente a questo grande indicatore, che ci dice però quanto siamo ormai dentro ad una crisi ambientale dai connotati di crisi di civiltà, si afferma universalmente la cultura politica, legislativa, della mercificazione del bene acqua.
Un vero e proprio passaggio epocale di portata storica simile e forse più drammatica della privatizzazione delle terre comuni iniziata nell’Inghilterra del 1600.
E ciò avviene attraverso tre direttrici precise, attuate da altrettanto precisi atti politici amministrativi:
1° la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso affidamenti a società private, della durata di 25-30 anni.
Attuata nel mondo attraverso le decisioni prese dai negoziati del WTO, le politiche e le leggi dei singoli stati giù fino alle delibere del più piccolo comune, il servizio idrico va dato in gestione a delle multinazionali come Suez o Vivendi o come in Italia alle SPA miste nelle quali gli enti pubblici entrano con i propri capitali, le proprie conoscenze accumulate negli anni e gli amministratori si trasformano in azionisti, producono fusioni, si trasformano a loro volta in holding, vanno all’assalto della gestione dei servizi dei paesi in via di sviluppo. ACEA di Roma è l’esempio più chiaro di questo intreccio pubblico -privato.
Dove i confini tra imprese e pubblica amministrazione si confondono e si confondono i ruoli di controllore e controllato, dove in sostanza è la politica che si privatizza.
2° la privatizzazione del bere, consegnato alla bottiglia e scorporato dalle funzioni del rubinetto in casa che viene confinato al solo uso del lavarsi e dei servizi igienici.
Tutta la pubblicità, e parte della politica, orienta il consumatore d’acqua verso il prodotto industriale in bottiglia che si compra a sempre più caro prezzo nei supermarket e nei bar, dove si legifera in tale senso con divieti sull’igiene (sic), dove un assessore di Milano può sostenere che siccome l’acqua di Milano è buona bisogna metterla in bottiglia e venderla.
Con ciò sparisce il diritto al bere e lo stesso concetto di servizio.
Si crea un vero e proprio assalto alle sorgenti alpine, date in concessione mineraria per 90 anni a multinazionali come Nestlè, Danone, Coca Cola.
Si invade il mondo di rifiuti di plastica, 10 miliardi di bottiglie nella sola Italia ogni anno. E di conseguenza di inceneritori.
3° la privatizzazione dei corsi d’acqua attraverso le grandi opere: le dighe, la canalizzazione, i grandi invasi, la produzione di energia elettrica, le politiche della banca mondiale, la gestione per 30 anni di questi impianti alle multinazionali dell’energia elettrica, spesso le stesse che gestiscono gli acquedotti ( Enel Idro, ENI acqua) e di conseguenza la gestione dei prelievi dell’acqua per l’agricoltura ecc..
E’ la dimensione strategica che sottende tale politica.
Basti pensare alla Turchia e al progetto GAP di dighe sul Tigri e Eufrate, con le quali controlleranno il flusso di acqua all’Iraq e alla Siria.
Basti pensare alla politica USA nei confronti della Colombia dove, in nome della lotta al narcotraffico, si giustifica una presenza militare nel cuore dell’Amazzonia dove scorre il 25% dell’acqua di superficie di tutta la Terra, o la presenza sempre USA e militare, alle tre frontiere: Brasile, Argentina, Paraguay per la lotta al terrorismo, ma nel cuore dell’acquifero più grande del mondo, l’acquifero del Guarany.
L’insieme di queste politiche non solo traccia scenari inquietanti per il futuro dell’umanità ma situazioni insostenibili del presente.
Che dire della città di Manaus nel cuore dell’Amazzonia, dove ogni giorno vi scorre tanta acqua in grado di alimentare per 10 anni una città come New York, ma dove i servizi idrici gestiti da una multinazionale come Suez non arrivano nelle case dei quartieri poveri perché non possono pagare la tariffa?
Che dire dei barrios di Buenos Aires impoveriti dalla crisi economica che si vedono tagliare l’acqua da parte della Suez?
Che dire di Las Vegas città nel deserto che ha un consumo pro capite domestico di 1400 litri/giorno? E della Groenlandia che mette l’acqua dei ghiacciai in bottiglia e la vende nei mercati statunitensi a 10 dollari la bottiglia con l’etichetta Borealis? E della Coca Cola che mette in bottiglia l’acqua dei rubinetti di Londra a 3,5 dollari al litro?
Occorre chiamare la politica ad una riflessione moltiplicando e potenziando le capacità di informare e comunicare.
Occorre chiederci come è stato possibile che nel giro di pochi decenni quella che è stata la “mission” di tutta la politica del ‘900, e cioè portare l’acqua sicura gratuitamente e a cura della fiscalità generale, nelle case dei cittadini, che non da malattie, e i servizi igienici e le fogne, si sia trasformata nella missione di consegnarla al businnes delle corporations?
Nel 1906 il primo acquedotto italiano fu fatto da un governo liberale, privatizzatore delle terre a uso civico, ma che sull’acqua pensava in termini di res pubblica.
Nel 1928 fu messo in funzione il Consorzio Acque Potabili della provincia di Milano, l’acqua nelle case dei Milanesi e di oltre 100 comuni della provincia, e fu un governo fascista a realizzarlo.
Come è possibile che alle soglie del terzo millennio, la politica tutta pensi di svendere servizi idrici, sorgenti e fiumi ?
Ecco cosa intendo per estensione della cultura dell’uso civico e del bene comune.
Intendo l’affermarsi graduale per battaglie, vertenze locali ed universali e condivisioni di una cultura del bene comune. Una cultura alternativa che affermi appunto la titolarità del diritto all’acqua e ai beni comuni al cittadino. Una cultura che coniughi tale titolarità sul territorio localmente, ma sappia affermarla universalmente alla cittadinanza mondiale. Che si traduca in deliberazioni, leggi e dichiarazioni universali.
Che affermi l’umanità come soggetto titolare appunto del diritto umano, di bere di avere la quantità di cibo sufficiente, di salute, ecc..
Una cultura tutta da costruire, che prende dentro la grande questione della partecipazione, ma delinea un nuovo concetto di pubblico in contrapposizione alla disastrosa cultura del privato e del mercato, che non è la statalizzazione dei beni, e nemmeno la municipalizzazione, è la proprietà comune, la comunanza locale e universale allo stesso tempo, la gestione collettiva.
Difficile?
Estremamente difficile, ma il movimento muove già alcuni passi in questa direzione:
in Bolivia l’aspra lotta ha cacciato le multinazionali dell’acqua e del gas, e i cittadini si sono organizzati in coordinadoras dell’acqua per la gestione partecipata del bene. In Uruguay un referendum ha vinto con l’80% dei suffragi e impone la modifica della costituzione per stabilire che l’acqua è un diritto umano e non è mercificabile in alcun modo, ecc…
Ridefinire il concetto di pubblico locale e universalizzare il diritto a partire dai beni comuni, è la nuova narrazione, che fa i conti con i fallimenti del ‘900 e con la dimensione della crisi ambientale, della democrazia e della politica. In questo senso si inserisce e si attualizza la questione degli usi civici
Nel libro di Giovanna Ricoveri sui beni comuni, che trovo di notevole interesse, c’è un pezzo scritto da Giorgio Nebbia che apprezzo in particolar modo e che mi permetto di affiancarlo ad uno scritto che ho fatto tempo fa per l’Osservatorio dei Balcani dal titolo il “Federalismo dell’acqua”.
Giorgio parla di riscrivere le leggi del governo dell’acqua dentro confini politico idrogeologici, e precisamente quelli dei bacini, ricondurre a questi ambiti e alla disponibilità del bene, la pianificazione degli usi, l’integrazione dei cicli ecc…
La legge Galli sancisce la proprietà pubblica dell’acqua, parla di cicli integrati, individua i bacini come confini, ma poi tratta solo dell’acqua per usi domestici non riconduce tutto il governo dell’acqua e dei suoi usi all’interno dei confini dei bacini, introduce la privatizzazione e l’ambizione dei politici impone agli Ambiti Territoriali Ottimali i confini delle province e così salta tutto.
Bisogna riscrivere le leggi a partire dalle legge Galli, ma forse è lecito “sognare” qualcosa di più, qualcosa di più alternativo.
Forse è lecito pensare a confini politici istituzionali legati ai bacini, ai fiumi e ai loro percorsi.
Forse non è così utopico pensare alle comunità dei fiumi, ai paesi di una riva e dell’altra, a valle e a monte che si ritrovano, si danno forme di rappresentanza, regole e leggi per gestire assieme il diritto all’acqua.
Forse pensare ad una geografia politica che attraversi gli attuali confini dettati dalle fedi, dalle etnie, dalle guerre e pensare ad una geografia dei fiumi, forse è oggi qualcosa di necessario.
La politica è stata privatizzata, la sovranità dei beni comuni non è delle comunità è stata messa nelle mani delle multinazionali, ripubblicizzare la politica renderla partecipata e farne un bene comune, un uso civico, un diritto, è cosa di questo nostro tempo.


Allegato B
Proposta di "EcologiaPolitica. Ricerche per l’alternativa" alla Rete del Nuovo Municipio / al suo presidente Alberto Magnaghi (16 marzo 2005)
(da Giovanna Ricoveri, presidente della Associazione)

Nella costruzione del Quaderno della rivista, «Beni comuni fra tradizione e futuro» (a cura di G. Ricoveri, Emi, Bologna 2005, pp.160, euro13), ci siamo resi conto - grazie soprattutto al contributo del giudice Franco Carletti, commissario agli usi civici per il Lazio, la Toscana e l’Umbria - che in Italia esiste ancora un consistente patrimonio di terre “pubbliche”, stimato pari a 6 milioni di ettari, anche se difficilmente accertabile perché non vi è stata in proposito alcuna anntazione né sul catasto nè su altro pubblico registro.
Terre pubbliche nel senso di terre gravate da usi civici, dove per usi civici si devono intendere sia i patrimoni posseduti un tempo dalle popolazioni contadine, esclusi da qualsiasi forma di appropriazione privata perché destinati in perpetuo a sovvenire alle necessità primarie delle popolazioni proprietarie; sia i diritti di prelievo - di pascolo, fungatico, legnatico, ecc. ecc. - su terre altrui, pubbliche o private, rimasti alle popolazioni di un comune o di un altro comprensorio territorialmente determinato, utilizzabili fino alla loro liquidazione.
La terra è il più elementare dei beni comuni, di cui poco si parla per molte ragioni tra cui: la sua sostanziale privatizzazione, avvenuta con la trasformazione della terra in input inanimato della produzione e in asset patrimoniale; l’industrializzazione e la marginalizzazione dell’agricoltura, che nelle economie avanzate ha portato alla riduzione verticale della forza lavoro ivi impiegata (4% da noi, ma il target è il 2% degli Usa).
In Italia, dove le terre gravate da usi civici erano l’80% del territorio extraurbano al momento della unificazione del paese, nel 1860, - rispetto al 10-15% attuali, secondo le stime degli esperti - la materia è regolata da una legge del 1927 che aveva l’obiettivo di “conservare e valorizzare” le proprietà collettive ereditate dagli stati preunitari, attraverso la privatizzazione di quelle a destinazione agraria e l’affidamento all’Azienda forestale dello stato di quelle a coltura boschiva.
Nessuna di queste due politiche ha tuttavia funzionato: la privatizzazione fu ostacolata sia dal progressivo spopolamento delle campagne sia dall’uso improprio che Comuni e Province hanno fatto delle terre “pubbliche inalienabili”, su cui “per errore o per dolo” hanno dato permessi di costruzione edilizia (con la cementificazione urbana del primo e del secondo dopoguerra), contravvenendo al loro ruolo di garanti della conservazione dei patrimoni delle comunità.
Del demanio civico forestale, oltre a quanto detto sopra, può ancora ricordarsi l'esperienza positiva, ma isolata della Magnifica Comunità di Fiemme in provincia di Trento, dove è oggi la Comunità che predispone e mette a disposizione degli aventi diritto la legna dei propri boschi, evitando in tal modo i danni ambientali derivanti da prelievi indiscriminati e poco controllabili.
Il riconoscimento dei diritti civici nell'ordinamento contemporaneo è peraltro eccezionale e residuale; il legislatore stabilisce infatti che di usi civici non se ne possono costituire di nuovi, ogni possesso immobiliare dovendo d'ora in poi rientrare nelle previsioni e nelle regole del codice civile. Poiché l'origine storica dei diritti civici va ricollocata in epoche remote (nella tarda antichità o nel medioevo), per esistere e trovare riconoscimento nel mondo giuridico contemporaneo, questi diritti devono venire dunque formalmente accertati - e in base alla legge del 1927 ciò avviene mediante una sentenza del giudice speciale appositamente istituito, il commissario agli usi civici. Secondo le disposizioni generali del Codice civile, qualsiasi sentenza in materia immobiliare produce d’altra parte tutti i suoi effetti solo se passata in giudicato e trascritta sui libri immobiliari; ma questa regola elementare è stata disapplicata pressoché da tutti i magistrati addetti ai Commissariati agli usi civici.
Da questa circostanza trae sostanzialmente origine la “debolezza” contemporanea dei diritti civici, ogni precedente decisione potendo venire contestata dai successivi possessori delle terre e, oggi, anche dalle autorità amministrative, dotate di qualche competenza territoriale. Da ciò è nato inoltre un conflitto permanente tra i Commissariati e le Regioni, nelle cui pieghe si sono inseriti e sono andati impuniti gli abusi commessi anche dai Comuni e dalle Province.
La recente legge regionale del Lazio (n. 6 del 2005) permette ai Comuni di vendere liberamente i propri demani civici e, naturalmente di rilasciare agli acquirenti licenze di costruzione sulle terre compravendute, senza alcuna prescrizione o divieto a tutela del paesaggio. Questo è l’ultimo esempio di un abuso che molte circostanze favoriscono, ma che pur sempre un abuso resta, anche nelle sue soluzioni. Ai Comuni, infatti, che delle terre civiche sono dei semplici amministratori contabili, viene concesso per legge il potere di disporne, con il sostanziale spossessamento delle popolazioni proprietarie. Ma ciò equivale ad una espropriazione delle popolazioni senza ragioni di pubblico interesse e senza indennizzo, chiaramente illegittima. Contro la legge Lazio n. 6 del 2005 può dunque certamente essere sollevata eccezione di illegittimità costituzionale.
Le molte “fragilità” fin qui sottolineate inducono ad una riflessione: se non sia giunto il momento di organizzare una risposta dal basso a difesa delle terre di demanio civico ancora esistenti. Quale che sia il ruolo da esse svolto, fino ad oggi, nel frenare la speculazione edilizia, la devastazione del paesaggio, e la deforestazione è un fatto che, per il conseguimento di questi obiettivi, esse consentono di mobilitare le popolazioni proprietarie; è un fatto che, una volta abolite del tutto e ridotta ogni cosa al “deserto proprietario”, tutti e ciascuno potranno comportarsi come meglio loro aggrada, sicuri di una sostanziale impunità per i danni arrecati alla natura. Di questa mobilitazione potrebbe farsi artefice la Rete del Nuovo Municipio, nel quadro del suo impegno sul bilancio partecipativo e la democrazia diretta.
C’è tuttavia un punto critico da superare, connesso al fatto che le comunità titolari dei diritti civici non esistono più, talora fisicamente - perché i vecchi contadini sono morti o sono emigrati lontano, in città - talora culturalmente - perché non sanno e non sono interessati a sapere dei diritti che pur potrebbero esercitare. La proposta che Ecologiapolitica avanza in proposito è quella di mantenere ferma la destinazione d’uso e il vincolo di incommerciabilità dei demani civici e insieme di iniziare a ricostituire le comunità proprietarie, associando in tutte le forme possibili i soggetti che vi hanno titolo - affidando per esempio la coltivazione delle terre e la manutenzione dei boschi a cooperative concessionarie, garantendo loro tutti i finanziamenti reperibili ed i servizi minimali: la casa, mediante l'acquisizione e il restauro degli abitati abbandonati; le strade, che vanno di regola risistemate e non solo per le gite domenicali; le scuole, che vanno riattivate, ecc., in modo che su queste terre si possa condurre una vita civile, traendone reddito ed assicurando nel contempo una gestione conservativa dell'ambiente.
Resta aperto infine il problema delle competenze, del chi fa che cosa. Anche su questo abbiamo delle idee, che sottoponiamo alla discussione comune: sembra a noi che sia necessario arrivare alla costituzione di apposite Agenzie regionali agli usi civici, nel quadro di una legislazione nazionale più rigorosa e meno permissiva. Anche per evitare che la liquidazione dei demani civici - allo stato inarrestabile - favorisca la camorra e gli interessi privati più distruttivi, capaci spesso di valersi a vari livelli e in varie forme del sostegno pubblico, istituzionale e finanziario.
Roma, 16 marzo 2005

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